sabato 16 settembre 2017

AUTOMOBILISTI A PEDALI

Doping: pratica illegale che consiste nell’assunzione da parte di atleti o nella somministrazione agli stessi di droghe, sostanze eccitanti, farmaci (ammine simpaticomimetiche, analettici, anabolizzanti, ormone della crescita o GH ecc.), o nel ricorso a pratiche terapeutiche (per es. autoemotrasfusioni) rivolte a migliorare artificiosamente le prestazioni agonistiche.
(Fonte: Enciclopedia Treccani)
 


Al di là della definizione enciclopedica del doping, esso è, in buona sostanza, la manifestazione di una insicurezza di fondo, di un'attitudine alla sconfitta, è un'ammissione di inferiorità di chi sia al contempo debole ma aggressivo, perdente ma con manie di grandezza.
Il doping, pertanto, è innanzitutto un'espressione di disadattamento, sofferenza e disagio mentale.


E da oggi ho un nuovo motivo di sdegno.

No, non è il doping classico, quello ematochimico: quello mi fa schifo ma tutto sommato è nato con lo sport, ed è sempre servito per gareggiare illecitamente al di sopra delle proprie capacità, per poter reggere un confronto in una competizione.
 
No, ciò che da qualche tempo mi disturba fortemente è la scoperta che nel discutibilissimo mondo delle e-bike (mondo che mi suscita moltissime perplessità), come al solito, fatta una legge è stato trovato l'inganno.
 
Come tutto sanno, una e-bike per legge (perlomeno in Italia, all'estero non so) deve avere una limitazione di velocità a 25 km/h. Tale limitazione è attuata mediante un circuito al motore elettrico, e indovinate un pò? Hanno trovato una maniera, mediante un semplicissimo cablaggio da installare in proprio, di bypassare il limitatore di velocità (per adesso non posso linkare il documento che mi è giunto per mailing list, prima devo consigliarmi con un legale, ma questo oggettino ha un nome, una marca e un rivenditore).

Ora, il progresso nella costruzione dei motori elettrici compatti a batteria fa si che le potenze in gioco possano essere anche rilevanti se rapportate a una bicicletta: qui si parla di ampliare il range di velocità mantenendo l'assistenza alla pedalata sino ai 50 km/h.

Quindi l'obiettivo palese è quello di trasformare una bicicletta in una moto.

Ciò che mi nausea di più è che quesa pratica non è volta ad acquisire un guadagno in una competizione (se ti beccano di spellano vivo), ma è rivolto allo sfigato della domenica, quello che passa una settimana intera in coda in tangenziale e vuole sfogare il proprio desiderio di libertà, OVVIAMENTE SENZA FATICARE.

E siccome io amo la bicicletta in tutte le sue sfumature, anche in quelle che te la farebbero scaraventare in un fosso dopo la terza ora passata a salire sotto il sole, ecco che mi incazzo per l'uso blasfemo che si fa di un mezzo che non aveva certo bisogno di "miglioramenti" motorizzati per aumentarne la perfezione.

Intendiamoci: io sono perplesso nei confronti delle e-bike per motivi noti, ma ne riconosco l'utilità verso che non nutre velleità agonistiche o semplicemente non può (magari per problemi fisici) fare sforzi eccessivi. Riconosco anche che può essere una porta di accesso per un nuovo tipo di turismo, un impulso alle attività all'aria aperta, eccetera.

Ma qui non si tratta più di sano escursionismo nelle intenzioni, qui si parla esplicitamente di violare una legge nata per tutelare chi usa la e-bike (e va beh), ma soprattutto chi ci si trova attorno.

Mi incazzo contro questi perdenti della domenica che si inventano un modo per fare brum-brum a velocità dissennate (lo ripeto: i documenti che circolano parlano di raggiungere i 50 km/h), senza una goccia di sudore e con una bici allestita per andare al massimo ai 25 all'ora (freni? coperture?). Il tutto con buona pace del costruttore e anche del rivenditore di questo espediente che si premurano ipocritamente di precisare (sul sito e nel manuale) che: "Lo sblocco del limitatore di velocità in luoghi pubblici come strade, piazze, piste ciclabili è VIETATO DALLA LEGGE. Pertanto è possibile attivare lo sblocco in luoghi circoscritti privati come circuiti, piste e proprietà private. Una volta installato il dispositivo la bicicletta non è PIU’ A NORMA di legge. Montare il dispositivo può far decadere la garanzia di fabbrica della bicicletta. Il produttore declina ogni responsabilità relativa a eventuali danni provocati alle biciclette a pedalata assistita sulle quali viene montato il sistema. Il produttore declina ogni responsabilità relativa a danni a persone o cose provocati o in qualsiasi modo legati all’uso".

Vedo già schiere di appassionati che rinunciano all'installazione per paura di infrangere la legge, o si astengono scrupolosamente dall'attivare lo sblocco in montagna, in campagna, in città, perchè loro sono rispettosi e comprendono che è un luogo pubblico. Già li vedo girare in circuiti al chiuso, a distanza di sicurezza dalla pubblica via. E si capisce, no? Loro sono corretti e civili.

E' la medesima attitudine mentale che anima chi fa uso di doping, con l'aggravante che con una e-bike truccata anzichè gareggiare tra loro ce li possiamo trovare addosso lungo un sentiero di montagna, a far male a qualcuno per il loro unico diletto personale.
 
Questi sono automobilisti a pedali, del tipo che pretende di arrivare in spiaggia con l'auto, e col ciclismo non hanno nulla a che vedere.




domenica 2 luglio 2017

UNA GIORNATA UN PO' COSI'


Sono le sei di una domenica di inizio estate, e ti sei riproposto di uscire per un giro in bici. 

Non hai contattato nessuno e non sei riuscito a organizzare un gruppo, quindi sei da solo.
Hai passato una settimana fuori casa per lavoro, una di quelle settimane in cui passi ore e ore in riunioni interminabili al chiuso e con l'illuminazione elettrica, e hai proprio bisogno di un'uscita per riprendere contatto col mondo reale.
Ma la sera prima hai fatto tardi, e ti alzi col cervello in pappa. Guardi la tua donna ancora assopita, e parte da solo il ritornello "Ma chi te lo fa fare?", decantato da Giacomo Pellizzari nel suo omonimo libro.
Però sai bene  - per averli già conosciuti, per averli fatti tuoi - i benefici di ciò che ti stai imponendo di fare, e prosegui, un'occhio chiuso e uno aperto. Saggiamente hai predisposto tutto la sera prima, e con gesti sicuri e diretti riesci a fare colazione e mettere le ultime cose nello zainetto. La bici l'hai lasciata accanto alla porta, apri ed esci senza fare trambusto.
L'ultimo suono che odi è il quieto ronfare della famigliola.
Come punto di partenza ti sei posto Stradella, per un giro in Oltrepò. E' un percorso ad anello che stai cominciando a imparare bene, e a misurarne i miglioramenti. Mentre guidi ripercorri mentalmente le salite di Canneto, poi Castana, Montecalvo Versiggia, la discesa in Valle Scuropasso, la risalita al Carmine, la picchiata al Lago di Trebecco, il fugace sconfinamento in Emilia Romagna, il Piccolo Stelvio, l'entrata in Valle Versa, il Muro di Donelasco, la via principale di Montù Beccaria. Stimi di chiudere in tre ore.
Lungo la strada incontri parecchi altri ciclisti diretti nella tua stessa zona, ma tu in quel momento sei seduto in quasi due tonnellate di metallo, gomma e plastica, e curi particolarmente la distanza laterale e i limiti di velocità.
Parcheggi al tennis club, e completi il rito di preparazione: scarichi la biga e rimonti la ruota, infili le scarpe, riempi le tasche della maglia con il portafogli, la mini-pompetta, barrette, la mantellina (fa freschino), il cellulare. Chiudi tutto, infili il casco, avvii il ciclocomputer, e iniziando a pedalare cominci a scrutarti dentro, fai un esame delle tue prime sensazioni. Sei ancora intorpidito, ti senti lento, ma la giornata è favolosa, la temperatura è ideale, è domenica mattina presto e di traffico ce n'è poco. I sensi ricominciano a svegliarsi, avverti sulla pelle il tepore del sole e allo stesso tempo il frizzare dell'aria, aspiri i profumi delle essenze ravvivati da una settimana di acquazzoni. Le gambe girano, e tu stai rinascendo. Ti dirigi verso la Valle Versa in lieve falsopiano, ti serve a fare un pò il passo. Dopo una decina di minuti sulla destra appare la svolta verso Canneto: tieni lo stesso rapporto per rompere un pò il fiato e ti fai i primi 5-600 metri fuori sella. Il tuo corpo ti segue, ne sei confortato, adesso puoi sederti e impostare un regime moderato che ti faccia riscaldare, più avanti arriveranno le salite più impegnative. Arrivi in costa e attraversi borghi sonnacchiosi e deserti, la visuale inizia ad aprirsi verso le alture circostanti e la pianura a nord. Ti misuri coi mangia-e-bevi, stai imparando a non farti sorprendere e ad impostare il giusto rapporto per non rallentare nè forzare l'andatura. Adesso la tua traccia punta verso sud, e più in alto sali e maggiore è l'orizzonte che puoi abbracciare, specialmente verso il piacentino a est, alla tua sinistra, dove la dolcezza dei pendii è intessuta delle geometrie dei vigneti. La regolarità dei filari di vite ricorda un giardino zen, ma increspato, in tre dimensioni. Ti concedi un sorso ogni tanto, assieme all'ineffabile piacere di una mente che si svuota di pensieri, e si popola di percezioni.

Il tuo stato di coscienza sta mutando.

La strada si lascia addomesticare, e si porta con costanza sotto le tue ruote. Ora svolti in discesa verso la Valle Scuropasso, e i bordi delle strade sono delimitati da boschi. Ti stai esercitando per assumere una postura corretta in discesa, e migliorare quindi il controllo della tua cavalcatura, quindi manubrio in presa bassa, sedere arretrato, dita sui freni, pedale esterno schiacciato in basso e quello interno aperto di lato, a fare da contrappeso per modulare la traiettoria. Sono mesi che ti eserciti, nell'intento di affrontare e combattere le tue paure, sgradevole lascito di una recente caduta. Una volta a fondovalle il fondo stradale peggiora notevolmente, divenendo granulosissimo e abrasivo. Sobbalzi tra una buca e una toppa di asfalto. Attacchi il Carmine, e assisti agli improperi lanciati da un altro ciclista che sta scendendo, molto scontento del fondo stradale. Rilanci e ti siedi, poi ancora ti alzi sui pedali e poi rifai l'esercizio daccapo. Il tuo lavoro termina al bivio, dove fai la tua prima sosta per uno snack e per bere. Il rimanente tratto di ascesa che porta al culmine dei 600 metri del Passo è una roba da poco. Ti riposizioni in sella per gli oltre due chilometri di discesa fino al Lago di Trebecco, che stavolta affronti con molta più sicurezza. Pennelli le curve e indovini le traiettorie. Te la stai godendo un mondo. Giunto in fondo, svolti a sinistra e ti immetti sullo stradone, tanto largo quanto semideserto. Sfruttando quello zerovirgola di pendenza negativa, imprimi uno spunto alla pedalata e acceleri, accucciandoti per fendere l'aria. Incroci colonne di motociclisti domenicali, e poco dopo avere oltrepassato la Diga del Molato giungi ai piedi del Piccolo Stelvio. Ti predisponi col rapporto giusto per i suoi 19 tornanti in due chilometri, e parti in fuorisella. Non ci sono alberi, e il paese di Nibbiano alla stessa tua altezza, ma dal versante opposto della vallata, ti sembra un presepio. Il fondo stradale grazie al cielo è praticamente integro, e il tuo incedere è regolare sino al termine dell'ascesa, ad un incrocio a "T" dove svolti a destra verso la Valle Versa. Altra discesa, di nuovo mani in presa bassa, di nuovo l'esercizio da equilibrista. Entri nel terzo fondovalle della giornata, e con un sostanziale rettilineo attraversi Santa Maria della Versa. Subito dopo il "ponte" artificiale che scavalca la strada principale, quello delle Cantine "La Versa", svolti a destra e subito a sinistra. Con altri trecento metri vai a sbattere contro il Muro di Donelasco.

Per chi non lo conoscesse, il Muro di Donelasco è cosa da affrontare in due soli modi: con adeguata preparazione, innanzitutto mentale e motivazionale, oppure con la totale inconsapevolezza. Io la prima volta mi trovavo in questa seconda condizione. Il MdD è la somma di due cattiverie: una imposta da Madre Natura, che decise tanto tempo fa di porre proprio lì un colle dai fianchi scoscesi, l'altra invece aggiunta dall'uomo, che non so quanto tempo fa decise di ricavare una strada apparentemente priva di senso. Il MdD, in sintesi, è un drittone micidiale che non molla un palmo, un piano inclinato quasi perfetto, un supplizio per pochi stolti. Ti appare all'improvviso dopo una curvettina insignificante, mascherato da un alberello, e quando te lo trovi di fronte è troppo tardi, la rampa parte quasi subito. Per poter sopravvivere è necessario un atto di umiltà, e scalare al più presto tutto lo scalabile: è difficile immaginare un fuorisella. Fatto sta che al termine del MdD si ha la consapevolezza di essere passati da un'esperienza di tutto riguardo.

Col fardello del MdD nelle gambe ti ritrovi proiettato in un breve lasso sulla costa di una piacevole sequenza di colli, come sulla groppa di un gigantesco dinosauro. Il saliscendi in campo aperto, costeggiando i vigneti, prelude al termine del giro, che fino ad ora ti sei gustato ben bene. Con un'ultima svolta a sinistra imbocchi la stradina che scende verso Montù Beccaria, ma è un inganno prospettico: la strada che dapprima scende, infatti, ti porta senza soluzione di continuità ad attraversare il paese nella sua famosa via centrale, quella che si inerpica fino alla balconata-belvedere, qualche decina di metri più su. Anche lì ti prepari con un rapporto adeguato, ma la pendenza varia mano a mano che sali, e l'ultimo tratto è un autentico strappo. Ritorni in piano, sfili accanto a paesani, turisti e visitatori che si stanno godendo la visuale a est, e sai che per oggi è finita. Perchè da adesso in poi è tutta discesa, da adesso in poi senti nettamente di avere seminato per strada il torpore del mattino, i pensieri della settimana, le zavorre di cui ti sei caricato nel vivere il tuo quotidiano. 

Grazie alla bicicletta hai liberato il grano dalla pula, hai rinnovato la fioritura, hai estirpato la gramigna.

E ti senti un privilegiato, perchè queste cose puoi farle accadere ogni volta che vorrai.



 

mercoledì 14 giugno 2017

COERENZA



Capita pure a me di prendere l'auto.

Ne possiedo addirittura una, dedicata prevalentemente alle attività di famiglia, un pò spaziosa e comoda, non molto potente.

La guido con prudenza, secondo le regole, e con l'attenzione di chi sa bene che al di fuori del mio parabrezza esiste tutto un mondo.

E oggi pomeriggio, in cui ho dovuto fortuitamente utilizzare l'auto per andare e tornare da lavoro dopo molto tempo che non lo facevo, il mondo esterno ha assunto le sembianze di un compare ciclista che, in tutina e zainetto, stava evidentemente tornando da lavoro pure lui, ma pedalando (quindi molto più felicemente di me) nella mia stessa direzione.

Siccome sono ordinariamente normodotato e ho un cervello che utilizzo ANCHE durante la guida, sono ben conscio del fatto che sorpassare un ciclista a 1,5 mt implica un fatto semplicissimo, elementare, quasi stupido e banale:

DEVI AVERE UN METRO E MEZZO DI SPAZIO LATERALE PER SORPASSARE, ALTRIMENTI DEVI RALLENTARE E ACCODARTI AL CICLISTA.
DEVI ATTENDERE CHE LA STRADA OFFRA UN MARGINE SUFFICIENTE, ALTRIMENTI RISCHI UN OMICIDIO.

Ora, si dà il caso che tale margine laterale non vi fosse, in quel tratto di strada, ma le condizioni per un sorpasso in sicurezza si sono verificate solo dopo cinquanta o settanta metri, IN UN TRATTO COL LIMITE A 50.
E allora io, sempre col mio ordinario cervello normodotato, visto che non potevo COMUNQUE andare oltre i 50, mi sono accodato serenamente in attesa di quei SETTANTA METRI.

Sarà che quelli dietro di me con tutta evidenza erano:
  • rapinatori in fuga da un colpo con i carabinieri alle calcagna, oppure
  • partorienti con un utero già dilatato, oppure
  • preti che accorrevano per un'estrema unzione,
ma ASSAI più probabilmente volgari mentecatti privi di cervello, in modo via via più insistente hanno cercato di manifestare col clacson la loro buia frustrazione per quei SETTANTA METRI percorsi un pò più piano della (loro) norma, lo ripeto in un tratto a 50 all'ora e, aggiungo, su un cavalcavia stretto e con striscia continua.
 Non volendo commettere un omicido e non essendoci le condizioni minime per un sorpasso in sicurezza, pur con un'incaxxatura a tremila ho mantenuto la calma sino a superare in tranquillità, non senza rallentare ulteriormente al crescere del concerto dei coglioni retrostanti  (ma la tentazione vera era quella di inchiodare lì dove mi trovavo, e godermi il seguito).

L'episodio è decisamente banale e intuisco più di qualcuno fare spallucce con sufficienza e un accenno di commiserazione nei mei confronti (e allora andate a lezione in Francia, in Svizzera o in Norvegia), ma scatena qualche interrogativo/riflessione.

Chi mai (al di qua delle Alpi, nel sedicente Belpaese) si è mai peritato di ragionare sulle conseguenze del famoso "metro e mezzo"? 
Ma davvero SETTANTA metri fanno la differenza per questi luridi scarafaggi alla guida?
 
E infine la più importante di tutte, la scoperta di oggi pomeriggio:
quando mi capita di guidare la mia auto, quella volta ogni due settimane, non mi sento e non sarò mai un "automobilista" (qualsiasi cosa significhi), ma UN CICLISTA CHE SI VENDICA.
 
 
 

sabato 22 aprile 2017

NON CHIAMATELI INCIDENTI

incidènte: [s.m.] Avvenimento inatteso che interrompe il corso regolare di un’azione; per lo più, avvenimento non lieto, disgrazia.

avvenimento inatteso
inatteso
inatteso
inatteso


In una giornata come quella di oggi, iniziata con la notizia agghiacciante dell'omicidio di Michele Scarponi, sono ore che mi riecheggia in mente una certezza granitica: il guidatore del furgone che lo ha ammazzato non era uscito di casa stamattina con tale preciso intento, non voleva uccidere una delle eccellenze ciclistiche del nostro Paese.

Eppure lo ha fatto.

Come non lo "volevano" fare (ma qui si potrebbe parlare per giorni del concetto di "dolo eventuale") tutti i conducenti di autoveicoli che in passato hanno popolato le statistiche - e che ancora le popoleranno - sulla continua strage in bicicletta, che produce un ciclista morto ogni 35 ore.

Ora, questo blog condivide le istanze del movimento Salvaiciclisti, che con le proprie proposte ha sempre cercato di stimolare un ragionamento serio sulla bicicletta come motore di un cambiamento  a favore della mobilità sostenibile, della vivibilità degli spazi pubblici, della qualità della vita individuale e collettiva. Anche con i miei post, talvolta velenosi e intrisi di invettiva, ho cercato di portare al centro dell'attenzione gli aspetti di una realtà vissuta dal cordolo destro delle strade. E sarà che la mia passione a due ruote, in quanto passione, vive momenti di esaltazione e di sconforto, ecco, oggi sono a pezzi. Perchè se una cosa del genere accade a Michele Scarponi, un campione, una limpida espressione di impegno, simpatia, coraggio, sacrificio che raccoglieva su di sè la stima e l'ammirazione di tutti, anche non ciclisti; se una cosa del genere succede a chi la bici la sa guidare a occhi chiusi, con perizia e abilità, chi ne padroneggia ogni vibrazione, chi ne sa spremere al meglio ogni caratteristica, se accade a un professionista, un simbolo noto in tutto il mondo, beh, allora DAVVERO non c'è più alcuna speranza.
Solo che ha provato quella sensazione di vulnerabilità che ti attanaglia mentre pedali e osservi schiere di mentecatti che conducono veicoli senza traccia di senno, può capire.
Solo chi ha trascorso ore su un sellino cercando al contempo di porre impegno in uno sforzo fisico e di rimanere incolume, con un occhio alla traiettoria e uno alle spalle, può immedesimarsi.
Solo chi ha dovuto guardarsi da cofani impazziti - o sorvegliare la prole da simili minacce - rovinandosi così una semplice passeggiata, si rende conto di cosa io intenda.
Ciò che, in questa giornata amarissima, mi suscita un disgusto viscerale non sono i ritardi, le colpe, le inerzie, della politica locale e nazionale. Non sono gli insulti dei minus habens che dalle pagine autoreferenziali sui social inneggiano all'omicidio stradale dei ciclisti.
No, nulla di tutto ciò.
Mi nausea il fatto che nel nostro disgraziatissimo Paesucolo delle banane si avverta preminente l'esigenza di trascrivere in legge misure che dovrebbero appartenere a un tesoro comune di buonsenso e convivenza civile, accettato e condiviso da tutti.
Mi insulta il fatto che certe cose sia necessario istituirle come OBBLIGO, mentre sarebbe sufficiente RAGIONARE.

In una comunità di Homo Sapiens è davvero necessario istituire come obbligo la distanza di un metroemmezzo, con tanto di sanzioni in caso di inadempienza?
MA NON CI ARRIVATE DA SOLI, MALEDETTI RINCOGLIONITI?
E chi li controllerà tutti quelli che se ne fotteranno di questa prescrizione, così come già se ne fottono di tutte le altre?

Mi indigna che le misure richieste scivolino sul piano viabilistico-penale, rinunciando del tutto a incentivare il fattore CULTURALE, fatto di cautela, prudenza, buonsenso, coscienza dei pericoli, rispetto, umiltà e attenzione. Tutte cose da insegnare da piccoli, e da selezionare negli aspiranti guidatori.


Se un incidente è definito come un evento INATTESO, oggi, a fine aprile 2017, ciò che è accaduto a Michele Scarponi e a centinaia di altri E' IMPOSSIBILE da definire tale.

Ma nel frattempo, ben vengano le stangate al guidatore idiota.

Oggi che Michele Scarponi se n'è andato così, come uno di noi, alla sera assisto quasi incredulo a uno speciale dedicatogli da Rainews24. In trenta minuti vengono anche presentate le difficoltà - a volte letali - affrontate dai ciclisti, amatori, praticanti, pendolari che siano. Il servizio è corredato da immagini raccapriccianti di bici contorte, strisciate sull'asfalto e rilievi dei carabinieri sul luogo del sinistro. Il peggio è che va in onda davanti alla mia famiglia al completo.

Ecco, Michele Scarponi se n'è andato, in questa maniera, in una fuga che ci ha lasciato tutti qui, increduli. Ma NON ERA necessaria la sua morte, una morte così, per dare evidenza al tema della sicurezza dei ciclisti in prima serata su un canale nazionale. Qui sta la mia nausea.

E se io, nel mio piccolo, ancora non so con quale faccia guarderò la mia donna domattina, quando uscirò per il mio giro di tre ore, ancora meno so quali saranno le sensazioni che proverò, se di paura, quella paura già provata in passato che a volte riaffiora, oppure di incazzatura, quella sorda, quella che spesso mi fa pensare: "Se il prossimo sono io, se mi schiacci con la tua auto, ti conviene fare in modo che non mi rialzi".


A Michele, e a tutti coloro che, usciti di casa in bici, loro malgrado si sono trovati a pedalare più in alto.

mercoledì 1 febbraio 2017

LO SCIPPO

Le parole sono importanti.

Comunicano, evocano, veicolano pensieri.

Ci sono parole che, più di altre, si caricano di significati in relazione al loro potere evocativo.

E fin qua, non ho scritto nulla di nuovo o di particolarmente eccitante.

Però ci sono parole che appartengono a specifici contesti, che sono care per gruppi di persone e circolano come antonomasia di sensazioni, ricordi, esperienze.

Nel mondo del ciclismo una di queste parole è

STELVIO.

Per chi - come chi scrive - ne ha percorso i suoi quarantotto tornanti, questo vocabolo richiama immediatamente il bruciore dell'acido lattico, la rarefazione dell'altitudine, il paesaggio lunare, l'occhiata fugace in alto per adocchiare il termine della salita, lo scorrere dei cartelli numerati ad ogni curva.

La Prova, la Sfida.

Sono sensazioni sportive, la Fisiologia asservita ad una Volontà, nel cimento e nel confronto con un monumento naturale, solo parzialmente addolcito dall'opera umana, una salita a cui anche i professionisti si rivolgono dando del Voi.

E' sport, è arricchimento, è tentativo, è crescita. E' Epica.

E' misurarsi con le mastodontiche espressioni della Natura, e al contempo rispettarle.

Lo Stelvio, per chi ci ha sudato sopra ma anche chi ha palpitato guardando i professionisti farlo, è tutto questo ma anche molto di più.

Vi lascio pertanto immaginare la mia reazione quando ho visto QUESTO:





Non aggiungo altro.

Mi ritiro in silenzio.



domenica 6 novembre 2016

PIOVONO SUV

Non è normale, per quanto possa apparire vuota una parola del genere in giorni come i nostri.

Non è normale che un errore banale, come quello di inserire la marcia sbagliata, possa causare un incidente come quello accaduto in un centro commerciale a Erbusco, in provincia di Brescia.


























Non è normale che adesso i SUV da tre tonnellate piovano dal secondo piano di un parcheggio, precipitino per otto metri, e noialtri dobbiamo sperare nella fortuita coincidenza di non passare là sotto in quel momento.

Non è normale che venga ancora consentita la libera vendita di queste armi improprie, che nuociono anche a chi le guida (gli occupanti sono comunque finiti all'ospedale in condizioni gravi, a riprova del fatto che le fandonie sulle dotazioni di sicurezza spacciate dalle pubblicità sono solo minchiate per allocchi) e mietono vittime alla seppur minima distrazione.

Non è normale che, nonostante la libera vendita di questi carri armati per i poveracci, non venga nemmeno previsto un argine, un filtro, un esame psicoattitudinale approfondito che consenta l'accesso alla guida solo a chi possiede caratteristiche atte ad evitare di distrarsi ed infilare la marcia sbagliata, come accaduto alla svagata signora alla guida del mostro, sabato mattina a Erbusco.

O nemmeno è normale che la circolazione di questi autotreni in miniatura sia consentita in spazi ristretti e affollati come, appunto, un parcheggio di un centro commerciale di sabato mattina. Spazi che non sono attrezzati per reggere agli urti propulsi dalle potenze meccaniche di questi cosi: dalla ricostruzione dei fatti è emerso che il SUV in questione, prima di volare di sotto, ha scavalcato a piena spinta e con facilità un muretto alto mezzo metro. Dobbiamo forse prevedere che tali infrastrutture pubbliche siano equipaggiate di HESCO Bastion per bloccare in tempo i SUV impazziti?

Non è nemmeno normale che nonostante la copiosa casistica di incidenti di ogni tipo, qui si continui bellamente a fare finta di nulla.

Non sarebbe meglio bloccarne la vendita? O anche questa proliferazione di mostri meccanici "ce la chiede l'Europa?", serve "alla ripresa", a "far ripartire l'Italia", slogan ormai buoni per tutte le stagioni e disconnessi da una reale analisi costi/benefici?

E, infine, non è normale che tutto ciò venga considerato normale.

A meno di avere la sicurezza di un ombrello molto ben blindato.





venerdì 14 ottobre 2016

SECONDA LETTERA AD UN AUTOMOBILISTA

Ciao, amico automobilista,

è un pò di tempo che non ci sentiamo, ultimamente sono stato un pò indaffarato a pedalare, ma sei sempre stato nei miei pensieri, il più delle volte mio malgrado.

E' la seconda lettera che ti scrivo, e la cosa non ti deve stupire.

Sono successe un bel pò di cose dalla prima lettera, alcune delle quali non del tutto rassicuranti.

Infatti, è apparentemente accaduto che in molti abbiano raccolto e mettano frequentemente in pratica le linee-guida contro i ciclisti impartite a mezzo stampa da una schiera di simpaticissimi maître-à-penser.

Oppure l'ineludibile interrogativo del direttore della rivista inglese Top Gear ("E perché noi automobilisti che abbiamo pagato le strade con le tasse non riceviamo nemmeno un cenno di gratitudine, quando decidiamo di non falciarvi? Temo che tutti i ciclisti siano persone orribili"), puntualmente sottoscritto dal suo collega de noantri, il Direttore dell'edizione italiana, nell'editoriale di apertura del numero uno della rivista?
E che dire del Direttore di GQ Italia, sentitosi  in dovere di turbare l'ordine cosmico per dire la sua'?
(E' forse appena il caso di accennare al fatto che i primi due galantuomini sono stati cacciati a pedate nel sedere dalle rispettive testate, mentre il settore delle bici sta decollando ovunque?)

Il pregno messaggio di cotale parterre-de-rois è stato capitalizzato da parecchie altre zucche desolatamente ansiose di essere riempite, che hanno inanellato brillanti iniziative tipo pagine su FacciaLibro elegantemente infiorettate da metafore tipo "Io odio i ciclisti di merda".

Quindi capirai che, date tali premesse, le attuali circostanze ed il conseguente stato d'animo, non mi sento di sfoggiare lo stesso tono amichevole della lettera precedente.

Il mio tono è cambiato perchè adesso sarei anche un pò stufo di rischiare la mia vita a causa della superficialità altrui, mentre esercito un mio sacrosanto diritto. La mia è solamente una reazione di chi vede un proprio diritto calpestato e negletto, e al contempo si sente minacciato nella propria stessa vita.

Vedi, la mia iniziale predisposizione d'animo nei confronti di te che guidi non era così negativa, ma solo perchè non conoscevo ancora la tua indifferenza pressoché totale.
Non conoscevo ancora la superficialità – sempre letale - con cui gli automezzi vengono condotti.
Non conoscevo, in sintesi, i nefasti effetti della “motorizzazione di massa”, come la chiamavano negli anni ’70. L’uso massivo, indiscriminato e diffuso dell’auto in ogni circostanza, clima e condizione meteo ti porta a guidare veicoli anche se non ne saresti pienamente in grado:

  • per propensione caratteriale (magari sei ansioso, irascibile, o facile a distrarti),
  • a causa di problematiche personali (magari può capitare di essere preoccupato, di malumore, soprapensiero)
  • o solo per un momentaneo infelice frangente (magari hai dormito poco la notte, hai avuto un risveglio difficile, oppure hai i ca§§i tuoi e basta).
In questi casi, e tantissimi altri, chi assicura che tu in caso di necessità sia capace di controllare un mezzo che travalica le tue umane capacità (in quanto essere umano tu sarai SEMPRE l’elemento debole del sistema uomo-macchina)? Oppure che tu sia sufficientemente equilibrato e non lo usi come un'arma?

La fondamentale differenza di questa mia missiva rispetto al passato sta nel fatto che in tutto questo tempo, dal mio sellino oppure dalla cronaca quotidiana (sapientemente distillata e frammentata in modo che nessuno si accorga dell'esistenza di questo fenomeno strisciante quanto micidiale), ho notato la tua rassegnazione, che - quando va storto qualcosa e tiri sotto qualcuno, ma solo quando non lo fai apposta - automaticamente ti porta ad affermare che “è capitato”, “è stata una tragica fatalità”, “non ho potuto evitarlo”, se non addirittura "NON MI SONO ACCORTO DI NULLA", la frase più raccapricciante di tutte.
Ancora più raccapricciante, se consideriamo quello che poi magari emerge: un individuo a cui non sarebbe possibile affidare un monopattino, che però se ne va in giro conducendo un autoblindo da due tonnellate e mezza "con problemi di percezione della realtà".
"Non ti sei accorto di nulla". Pronunciata magari con stupore, sgranando gli occhi, magari con sufficienza e facendo quindi valere l'idea che, se non ti sei accorto di nulla, allora naturalmente la cosa non esiste, non ti riguarda, non è causa tua, non c'entri niente, quindi che nessuno si permetta di romperti le scatole.
Tu vivi su un altro pianeta, in un'altra galassia, un'altra dimensione.
Tu vivi in un'altra REALTA', tutta tua, racchiusa in un abitacolo.
E tutte le futili circonlocuzioni che usi per darti delle scuse non basteranno mai, ma proprio mai, ad eliminare la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
L'autentica dimostrazione di quanto tu ti stia crogiolando sempre più nel torto la forniscono gli episodi di intolleranza velenosa ai danni di qualsiasi manifestazione che occupi le tue sacrosante strade (che, e lo dico una volta di più, non sono solo delle auto ma di tutti, e ti auguro che nessuno te lo faccia alfine capire piantandoti un cacciavite in fronte, o a calci in faccia): recentemente te la sei presa addirittura con dei bambini.
A proposito di giusto e sbagliato, ci sarebbe poi da parlare del concetto di oggettiva pericolosità.
Un esempio: chi al mondo sarebbe capace di negare che una pistola carica sia un oggetto pericoloso?
E chi potrebbe negare che una pistola carica sarebbe pericolosa anche se fosse maneggiata da Papa Francesco I, moderna icona di bontà?
La risposta è ovviamente nessuno, perché l’Uomo è un essere così ingegnoso da avere creato aggeggi che possiedono una elevata pericolosità intrinseca, anche capace di nuocere indipendentemente dalle intenzioni umane.
La definizione si attaglia alle armi, ma anche a qualsiasi diavoleria capace di nuocere per effetto stesso del proprio funzionamento, anche a distanza o differito nel tempo (c'è chi ancora, qua e là nel mondo, muore per le mine antiuomo sotterrate decenni fa, e magari chi le ha sotterrate è pure lui sottoterra da un pezzo).

Quindi è una definizione perfettamente calzante anche per gli autoveicoli.
A Nizza purtroppo ne sanno qualcosa.

In casi particolari (le armi, quindi anche gli autoveicoli) questa pericolosità intrinseca si modera (ma solo di poco) solo ricorrendo a un severo addestramento e procedure di impiego molto stringenti.

Ora, con buona pace delle anime belle che nei blog si autoassolvono ricorrendo all’idiozia che “non uccide l’auto ma il cervello da cui essa è guidata”, nel 2016 (non quindi nel 1915) è un fatto accertato che un’autoveicolo sia in grado di ammazzare anche alla modesta velocità di 50 all’ora, per decenni considerato a torto un valore di tutta sicurezza dai pianificatori urbani.

Emerge pertanto da sè come un fatto innegabile (a meno di ricorrere a futili contorcimenti logici) che il maggiore onere di prudenza nella conduzione del mezzo ricada sulle spalle degli automobilisti, che conducono un veicolo dall’altissima pericolosità intrinseca, che può far male o uccidere anche senza volerlo.

Chi va in bici, oltreché rischiare in proprio esercitando il proprio diritto, al massimo può causare un’ammaccatura o un graffio su una carrozzeria. Chi va in auto invece sta ponendo concrete le premesse per una tragedia anche alla minima distrazione, figurarsi in caso di indisciplina.

Questo per dirti che la mia compassione verso di te che guidi si è affievolita parecchio, riservando però il mio odio viscerale solo a chi se lo merita davvero, e finora sono stati davvero pochi (l'ultimo due giorni fa, un tuo esimio collega che mi ha stretto in una curva a gomito a velocità scellerata, e per poco non mi schiaccia a destra nel tentativo di evitare un frontale col bus che sopraggiungeva da dietro la curva, tutto per non attendere i cinque-dico-cinque secondi necessari a oltrepassare la curva).

Se percaso a questo punto stai schiumando di rabbia invocando il rispetto delle regole, desidero far presente che non servono a nulla tutte le predisposizioni del codice della strada, se non vengono rispettate da parte degli automobilisti (che, te lo ricordo una volta di più, hanno sulle proprie spalle la maggiore responsabilità di condurre un mezzo potenzialmente letale, quindi un'autentica arma).
Infatti la maggior parte dei ciclisti morti sono stati ammazzati MENTRE RISPETTAVANO IL CODICE.
Quindi ogni obiezione è respinta.

Qui però nessuno sta dicendo che lo fai sempre apposta.

E' che ormai sei strizzato, imbrigliato, imbottigliato, costretto in uno stile di vita che ti richiede di rinunciare a una parte consistente della tua umanità, fatta di curiosità, attenzione, osservazione, contatto, condivisione, tutte cose che condurre un autoveicolo nel traffico ti nega per definizione.

Ti hanno convinto che sei tu a condurre l'auto, in praterie sconfinate e strade illimitate. Invece a guidarlo sono le leggi della fisica. Tu in teoria saresti solo chiamato ad esercitare prudenza nel fare in modo che gli effetti delle leggi fisiche non causino danni, se non tragedie.

Per dirla con il simpaticissimo Facci, nella vita di tutti i giorni risulta semplicemente impossibile individuare un fantomatico "fanatico ciclista" da uno che non lo sia: se investiti da un autoveicolo muoiono tutti nella stessa identica maniera.



POST SCRIPTUM:

Giusto per curiosità, ho avuto a che fare con te anche mentre io stesso guidavo la mia auto, quella volta ogni due-tre settimane che la uso: eri quello che strepitava da dietro e mi triturava i coglioni se rispettavo il limite di velocità e le più elementari norme di prudenza e cautela, impedendoti di sfrecciare in maniera dissennata.
Ti trovo pericoloso anche quando io stesso sono in auto. Non vedo l'ora che tu venga debellato a forza di rincari del carburante e abbondanza di mezzi pubblici.