domenica 2 luglio 2017

UNA GIORNATA UN PO' COSI'


Sono le sei di una domenica di inizio estate, e ti sei riproposto di uscire per un giro in bici. 

Non hai contattato nessuno e non sei riuscito a organizzare un gruppo, quindi sei da solo.
Hai passato una settimana fuori casa per lavoro, una di quelle settimane in cui passi ore e ore in riunioni interminabili al chiuso e con l'illuminazione elettrica, e hai proprio bisogno di un'uscita per riprendere contatto col mondo reale.
Ma la sera prima hai fatto tardi, e ti alzi col cervello in pappa. Guardi la tua donna ancora assopita, e parte da solo il ritornello "Ma chi te lo fa fare?", decantato da Giacomo Pellizzari nel suo omonimo libro.
Però sai bene  - per averli già conosciuti, per averli fatti tuoi - i benefici di ciò che ti stai imponendo di fare, e prosegui, un'occhio chiuso e uno aperto. Saggiamente hai predisposto tutto la sera prima, e con gesti sicuri e diretti riesci a fare colazione e mettere le ultime cose nello zainetto. La bici l'hai lasciata accanto alla porta, apri ed esci senza fare trambusto.
L'ultimo suono che odi è il quieto ronfare della famigliola.
Come punto di partenza ti sei posto Stradella, per un giro in Oltrepò. E' un percorso ad anello che stai cominciando a imparare bene, e a misurarne i miglioramenti. Mentre guidi ripercorri mentalmente le salite di Canneto, poi Castana, Montecalvo Versiggia, la discesa in Valle Scuropasso, la risalita al Carmine, la picchiata al Lago di Trebecco, il fugace sconfinamento in Emilia Romagna, il Piccolo Stelvio, l'entrata in Valle Versa, il Muro di Donelasco, la via principale di Montù Beccaria. Stimi di chiudere in tre ore.
Lungo la strada incontri parecchi altri ciclisti diretti nella tua stessa zona, ma tu in quel momento sei seduto in quasi due tonnellate di metallo, gomma e plastica, e curi particolarmente la distanza laterale e i limiti di velocità.
Parcheggi al tennis club, e completi il rito di preparazione: scarichi la biga e rimonti la ruota, infili le scarpe, riempi le tasche della maglia con il portafogli, la mini-pompetta, barrette, la mantellina (fa freschino), il cellulare. Chiudi tutto, infili il casco, avvii il ciclocomputer, e iniziando a pedalare cominci a scrutarti dentro, fai un esame delle tue prime sensazioni. Sei ancora intorpidito, ti senti lento, ma la giornata è favolosa, la temperatura è ideale, è domenica mattina presto e di traffico ce n'è poco. I sensi ricominciano a svegliarsi, avverti sulla pelle il tepore del sole e allo stesso tempo il frizzare dell'aria, aspiri i profumi delle essenze ravvivati da una settimana di acquazzoni. Le gambe girano, e tu stai rinascendo. Ti dirigi verso la Valle Versa in lieve falsopiano, ti serve a fare un pò il passo. Dopo una decina di minuti sulla destra appare la svolta verso Canneto: tieni lo stesso rapporto per rompere un pò il fiato e ti fai i primi 5-600 metri fuori sella. Il tuo corpo ti segue, ne sei confortato, adesso puoi sederti e impostare un regime moderato che ti faccia riscaldare, più avanti arriveranno le salite più impegnative. Arrivi in costa e attraversi borghi sonnacchiosi e deserti, la visuale inizia ad aprirsi verso le alture circostanti e la pianura a nord. Ti misuri coi mangia-e-bevi, stai imparando a non farti sorprendere e ad impostare il giusto rapporto per non rallentare nè forzare l'andatura. Adesso la tua traccia punta verso sud, e più in alto sali e maggiore è l'orizzonte che puoi abbracciare, specialmente verso il piacentino a est, alla tua sinistra, dove la dolcezza dei pendii è intessuta delle geometrie dei vigneti. La regolarità dei filari di vite ricorda un giardino zen, ma increspato, in tre dimensioni. Ti concedi un sorso ogni tanto, assieme all'ineffabile piacere di una mente che si svuota di pensieri, e si popola di percezioni.

Il tuo stato di coscienza sta mutando.

La strada si lascia addomesticare, e si porta con costanza sotto le tue ruote. Ora svolti in discesa verso la Valle Scuropasso, e i bordi delle strade sono delimitati da boschi. Ti stai esercitando per assumere una postura corretta in discesa, e migliorare quindi il controllo della tua cavalcatura, quindi manubrio in presa bassa, sedere arretrato, dita sui freni, pedale esterno schiacciato in basso e quello interno aperto di lato, a fare da contrappeso per modulare la traiettoria. Sono mesi che ti eserciti, nell'intento di affrontare e combattere le tue paure, sgradevole lascito di una recente caduta. Una volta a fondovalle il fondo stradale peggiora notevolmente, divenendo granulosissimo e abrasivo. Sobbalzi tra una buca e una toppa di asfalto. Attacchi il Carmine, e assisti agli improperi lanciati da un altro ciclista che sta scendendo, molto scontento del fondo stradale. Rilanci e ti siedi, poi ancora ti alzi sui pedali e poi rifai l'esercizio daccapo. Il tuo lavoro termina al bivio, dove fai la tua prima sosta per uno snack e per bere. Il rimanente tratto di ascesa che porta al culmine dei 600 metri del Passo è una roba da poco. Ti riposizioni in sella per gli oltre due chilometri di discesa fino al Lago di Trebecco, che stavolta affronti con molta più sicurezza. Pennelli le curve e indovini le traiettorie. Te la stai godendo un mondo. Giunto in fondo, svolti a sinistra e ti immetti sullo stradone, tanto largo quanto semideserto. Sfruttando quello zerovirgola di pendenza negativa, imprimi uno spunto alla pedalata e acceleri, accucciandoti per fendere l'aria. Incroci colonne di motociclisti domenicali, e poco dopo avere oltrepassato la Diga del Molato giungi ai piedi del Piccolo Stelvio. Ti predisponi col rapporto giusto per i suoi 19 tornanti in due chilometri, e parti in fuorisella. Non ci sono alberi, e il paese di Nibbiano alla stessa tua altezza, ma dal versante opposto della vallata, ti sembra un presepio. Il fondo stradale grazie al cielo è praticamente integro, e il tuo incedere è regolare sino al termine dell'ascesa, ad un incrocio a "T" dove svolti a destra verso la Valle Versa. Altra discesa, di nuovo mani in presa bassa, di nuovo l'esercizio da equilibrista. Entri nel terzo fondovalle della giornata, e con un sostanziale rettilineo attraversi Santa Maria della Versa. Subito dopo il "ponte" artificiale che scavalca la strada principale, quello delle Cantine "La Versa", svolti a destra e subito a sinistra. Con altri trecento metri vai a sbattere contro il Muro di Donelasco.

Per chi non lo conoscesse, il Muro di Donelasco è cosa da affrontare in due soli modi: con adeguata preparazione, innanzitutto mentale e motivazionale, oppure con la totale inconsapevolezza. Io la prima volta mi trovavo in questa seconda condizione. Il MdD è la somma di due cattiverie: una imposta da Madre Natura, che decise tanto tempo fa di porre proprio lì un colle dai fianchi scoscesi, l'altra invece aggiunta dall'uomo, che non so quanto tempo fa decise di ricavare una strada apparentemente priva di senso. Il MdD, in sintesi, è un drittone micidiale che non molla un palmo, un piano inclinato quasi perfetto, un supplizio per pochi stolti. Ti appare all'improvviso dopo una curvettina insignificante, mascherato da un alberello, e quando te lo trovi di fronte è troppo tardi, la rampa parte quasi subito. Per poter sopravvivere è necessario un atto di umiltà, e scalare al più presto tutto lo scalabile: è difficile immaginare un fuorisella. Fatto sta che al termine del MdD si ha la consapevolezza di essere passati da un'esperienza di tutto riguardo.

Col fardello del MdD nelle gambe ti ritrovi proiettato in un breve lasso sulla costa di una piacevole sequenza di colli, come sulla groppa di un gigantesco dinosauro. Il saliscendi in campo aperto, costeggiando i vigneti, prelude al termine del giro, che fino ad ora ti sei gustato ben bene. Con un'ultima svolta a sinistra imbocchi la stradina che scende verso Montù Beccaria, ma è un inganno prospettico: la strada che dapprima scende, infatti, ti porta senza soluzione di continuità ad attraversare il paese nella sua famosa via centrale, quella che si inerpica fino alla balconata-belvedere, qualche decina di metri più su. Anche lì ti prepari con un rapporto adeguato, ma la pendenza varia mano a mano che sali, e l'ultimo tratto è un autentico strappo. Ritorni in piano, sfili accanto a paesani, turisti e visitatori che si stanno godendo la visuale a est, e sai che per oggi è finita. Perchè da adesso in poi è tutta discesa, da adesso in poi senti nettamente di avere seminato per strada il torpore del mattino, i pensieri della settimana, le zavorre di cui ti sei caricato nel vivere il tuo quotidiano. 

Grazie alla bicicletta hai liberato il grano dalla pula, hai rinnovato la fioritura, hai estirpato la gramigna.

E ti senti un privilegiato, perchè queste cose puoi farle accadere ogni volta che vorrai.



 

mercoledì 14 giugno 2017

COERENZA



Capita pure a me di prendere l'auto.

Ne possiedo addirittura una, dedicata prevalentemente alle attività di famiglia, un pò spaziosa e comoda, non molto potente.

La guido con prudenza, secondo le regole, e con l'attenzione di chi sa bene che al di fuori del mio parabrezza esiste tutto un mondo.

E oggi pomeriggio, in cui ho dovuto fortuitamente utilizzare l'auto per andare e tornare da lavoro dopo molto tempo che non lo facevo, il mondo esterno ha assunto le sembianze di un compare ciclista che, in tutina e zainetto, stava evidentemente tornando da lavoro pure lui, ma pedalando (quindi molto più felicemente di me) nella mia stessa direzione.

Siccome sono ordinariamente normodotato e ho un cervello che utilizzo ANCHE durante la guida, sono ben conscio del fatto che sorpassare un ciclista a 1,5 mt implica un fatto semplicissimo, elementare, quasi stupido e banale:

DEVI AVERE UN METRO E MEZZO DI SPAZIO LATERALE PER SORPASSARE, ALTRIMENTI DEVI RALLENTARE E ACCODARTI AL CICLISTA.
DEVI ATTENDERE CHE LA STRADA OFFRA UN MARGINE SUFFICIENTE, ALTRIMENTI RISCHI UN OMICIDIO.

Ora, si dà il caso che tale margine laterale non vi fosse, in quel tratto di strada, ma le condizioni per un sorpasso in sicurezza si sono verificate solo dopo cinquanta o settanta metri, IN UN TRATTO COL LIMITE A 50.
E allora io, sempre col mio ordinario cervello normodotato, visto che non potevo COMUNQUE andare oltre i 50, mi sono accodato serenamente in attesa di quei SETTANTA METRI.

Sarà che quelli dietro di me con tutta evidenza erano:
  • rapinatori in fuga da un colpo con i carabinieri alle calcagna, oppure
  • partorienti con un utero già dilatato, oppure
  • preti che accorrevano per un'estrema unzione,
ma ASSAI più probabilmente volgari mentecatti privi di cervello, in modo via via più insistente hanno cercato di manifestare col clacson la loro buia frustrazione per quei SETTANTA METRI percorsi un pò più piano della (loro) norma, lo ripeto in un tratto a 50 all'ora e, aggiungo, su un cavalcavia stretto e con striscia continua.
 Non volendo commettere un omicido e non essendoci le condizioni minime per un sorpasso in sicurezza, pur con un'incaxxatura a tremila ho mantenuto la calma sino a superare in tranquillità, non senza rallentare ulteriormente al crescere del concerto dei coglioni retrostanti  (ma la tentazione vera era quella di inchiodare lì dove mi trovavo, e godermi il seguito).

L'episodio è decisamente banale e intuisco più di qualcuno fare spallucce con sufficienza e un accenno di commiserazione nei mei confronti (e allora andate a lezione in Francia, in Svizzera o in Norvegia), ma scatena qualche interrogativo/riflessione.

Chi mai (al di qua delle Alpi, nel sedicente Belpaese) si è mai peritato di ragionare sulle conseguenze del famoso "metro e mezzo"? 
Ma davvero SETTANTA metri fanno la differenza per questi luridi scarafaggi alla guida?
 
E infine la più importante di tutte, la scoperta di oggi pomeriggio:
quando mi capita di guidare la mia auto, quella volta ogni due settimane, non mi sento e non sarò mai un "automobilista" (qualsiasi cosa significhi), ma UN CICLISTA CHE SI VENDICA.
 
 
 

sabato 22 aprile 2017

NON CHIAMATELI INCIDENTI

incidènte: [s.m.] Avvenimento inatteso che interrompe il corso regolare di un’azione; per lo più, avvenimento non lieto, disgrazia.

avvenimento inatteso
inatteso
inatteso
inatteso


In una giornata come quella di oggi, iniziata con la notizia agghiacciante dell'omicidio di Michele Scarponi, sono ore che mi riecheggia in mente una certezza granitica: il guidatore del furgone che lo ha ammazzato non era uscito di casa stamattina con tale preciso intento, non voleva uccidere una delle eccellenze ciclistiche del nostro Paese.

Eppure lo ha fatto.

Come non lo "volevano" fare (ma qui si potrebbe parlare per giorni del concetto di "dolo eventuale") tutti i conducenti di autoveicoli che in passato hanno popolato le statistiche - e che ancora le popoleranno - sulla continua strage in bicicletta, che produce un ciclista morto ogni 35 ore.

Ora, questo blog condivide le istanze del movimento Salvaiciclisti, che con le proprie proposte ha sempre cercato di stimolare un ragionamento serio sulla bicicletta come motore di un cambiamento  a favore della mobilità sostenibile, della vivibilità degli spazi pubblici, della qualità della vita individuale e collettiva. Anche con i miei post, talvolta velenosi e intrisi di invettiva, ho cercato di portare al centro dell'attenzione gli aspetti di una realtà vissuta dal cordolo destro delle strade. E sarà che la mia passione a due ruote, in quanto passione, vive momenti di esaltazione e di sconforto, ecco, oggi sono a pezzi. Perchè se una cosa del genere accade a Michele Scarponi, un campione, una limpida espressione di impegno, simpatia, coraggio, sacrificio che raccoglieva su di sè la stima e l'ammirazione di tutti, anche non ciclisti; se una cosa del genere succede a chi la bici la sa guidare a occhi chiusi, con perizia e abilità, chi ne padroneggia ogni vibrazione, chi ne sa spremere al meglio ogni caratteristica, se accade a un professionista, un simbolo noto in tutto il mondo, beh, allora DAVVERO non c'è più alcuna speranza.
Solo che ha provato quella sensazione di vulnerabilità che ti attanaglia mentre pedali e osservi schiere di mentecatti che conducono veicoli senza traccia di senno, può capire.
Solo chi ha trascorso ore su un sellino cercando al contempo di porre impegno in uno sforzo fisico e di rimanere incolume, con un occhio alla traiettoria e uno alle spalle, può immedesimarsi.
Solo chi ha dovuto guardarsi da cofani impazziti - o sorvegliare la prole da simili minacce - rovinandosi così una semplice passeggiata, si rende conto di cosa io intenda.
Ciò che, in questa giornata amarissima, mi suscita un disgusto viscerale non sono i ritardi, le colpe, le inerzie, della politica locale e nazionale. Non sono gli insulti dei minus habens che dalle pagine autoreferenziali sui social inneggiano all'omicidio stradale dei ciclisti.
No, nulla di tutto ciò.
Mi nausea il fatto che nel nostro disgraziatissimo Paesucolo delle banane si avverta preminente l'esigenza di trascrivere in legge misure che dovrebbero appartenere a un tesoro comune di buonsenso e convivenza civile, accettato e condiviso da tutti.
Mi insulta il fatto che certe cose sia necessario istituirle come OBBLIGO, mentre sarebbe sufficiente RAGIONARE.

In una comunità di Homo Sapiens è davvero necessario istituire come obbligo la distanza di un metroemmezzo, con tanto di sanzioni in caso di inadempienza?
MA NON CI ARRIVATE DA SOLI, MALEDETTI RINCOGLIONITI?
E chi li controllerà tutti quelli che se ne fotteranno di questa prescrizione, così come già se ne fottono di tutte le altre?

Mi indigna che le misure richieste scivolino sul piano viabilistico-penale, rinunciando del tutto a incentivare il fattore CULTURALE, fatto di cautela, prudenza, buonsenso, coscienza dei pericoli, rispetto, umiltà e attenzione. Tutte cose da insegnare da piccoli, e da selezionare negli aspiranti guidatori.


Se un incidente è definito come un evento INATTESO, oggi, a fine aprile 2017, ciò che è accaduto a Michele Scarponi e a centinaia di altri E' IMPOSSIBILE da definire tale.

Ma nel frattempo, ben vengano le stangate al guidatore idiota.

Oggi che Michele Scarponi se n'è andato così, come uno di noi, alla sera assisto quasi incredulo a uno speciale dedicatogli da Rainews24. In trenta minuti vengono anche presentate le difficoltà - a volte letali - affrontate dai ciclisti, amatori, praticanti, pendolari che siano. Il servizio è corredato da immagini raccapriccianti di bici contorte, strisciate sull'asfalto e rilievi dei carabinieri sul luogo del sinistro. Il peggio è che va in onda davanti alla mia famiglia al completo.

Ecco, Michele Scarponi se n'è andato, in questa maniera, in una fuga che ci ha lasciato tutti qui, increduli. Ma NON ERA necessaria la sua morte, una morte così, per dare evidenza al tema della sicurezza dei ciclisti in prima serata su un canale nazionale. Qui sta la mia nausea.

E se io, nel mio piccolo, ancora non so con quale faccia guarderò la mia donna domattina, quando uscirò per il mio giro di tre ore, ancora meno so quali saranno le sensazioni che proverò, se di paura, quella paura già provata in passato che a volte riaffiora, oppure di incazzatura, quella sorda, quella che spesso mi fa pensare: "Se il prossimo sono io, se mi schiacci con la tua auto, ti conviene fare in modo che non mi rialzi".


A Michele, e a tutti coloro che, usciti di casa in bici, loro malgrado si sono trovati a pedalare più in alto.

mercoledì 1 febbraio 2017

LO SCIPPO

Le parole sono importanti.

Comunicano, evocano, veicolano pensieri.

Ci sono parole che, più di altre, si caricano di significati in relazione al loro potere evocativo.

E fin qua, non ho scritto nulla di nuovo o di particolarmente eccitante.

Però ci sono parole che appartengono a specifici contesti, che sono care per gruppi di persone e circolano come antonomasia di sensazioni, ricordi, esperienze.

Nel mondo del ciclismo una di queste parole è

STELVIO.

Per chi - come chi scrive - ne ha percorso i suoi quarantotto tornanti, questo vocabolo richiama immediatamente il bruciore dell'acido lattico, la rarefazione dell'altitudine, il paesaggio lunare, l'occhiata fugace in alto per adocchiare il termine della salita, lo scorrere dei cartelli numerati ad ogni curva.

La Prova, la Sfida.

Sono sensazioni sportive, la Fisiologia asservita ad una Volontà, nel cimento e nel confronto con un monumento naturale, solo parzialmente addolcito dall'opera umana, una salita a cui anche i professionisti si rivolgono dando del Voi.

E' sport, è arricchimento, è tentativo, è crescita. E' Epica.

E' misurarsi con le mastodontiche espressioni della Natura, e al contempo rispettarle.

Lo Stelvio, per chi ci ha sudato sopra ma anche chi ha palpitato guardando i professionisti farlo, è tutto questo ma anche molto di più.

Vi lascio pertanto immaginare la mia reazione quando ho visto QUESTO:





Non aggiungo altro.

Mi ritiro in silenzio.



domenica 6 novembre 2016

PIOVONO SUV

Non è normale, per quanto possa apparire vuota una parola del genere in giorni come i nostri.

Non è normale che un errore banale, come quello di inserire la marcia sbagliata, possa causare un incidente come quello accaduto in un centro commerciale a Erbusco, in provincia di Brescia.


























Non è normale che adesso i SUV da tre tonnellate piovano dal secondo piano di un parcheggio, precipitino per otto metri, e noialtri dobbiamo sperare nella fortuita coincidenza di non passare là sotto in quel momento.

Non è normale che venga ancora consentita la libera vendita di queste armi improprie, che nuociono anche a chi le guida (gli occupanti sono comunque finiti all'ospedale in condizioni gravi, a riprova del fatto che le fandonie sulle dotazioni di sicurezza spacciate dalle pubblicità sono solo minchiate per allocchi) e mietono vittime alla seppur minima distrazione.

Non è normale che, nonostante la libera vendita di questi carri armati per i poveracci, non venga nemmeno previsto un argine, un filtro, un esame psicoattitudinale approfondito che consenta l'accesso alla guida solo a chi possiede caratteristiche atte ad evitare di distrarsi ed infilare la marcia sbagliata, come accaduto alla svagata signora alla guida del mostro, sabato mattina a Erbusco.

O nemmeno è normale che la circolazione di questi autotreni in miniatura sia consentita in spazi ristretti e affollati come, appunto, un parcheggio di un centro commerciale di sabato mattina. Spazi che non sono attrezzati per reggere agli urti propulsi dalle potenze meccaniche di questi cosi: dalla ricostruzione dei fatti è emerso che il SUV in questione, prima di volare di sotto, ha scavalcato a piena spinta e con facilità un muretto alto mezzo metro. Dobbiamo forse prevedere che tali infrastrutture pubbliche siano equipaggiate di HESCO Bastion per bloccare in tempo i SUV impazziti?

Non è nemmeno normale che nonostante la copiosa casistica di incidenti di ogni tipo, qui si continui bellamente a fare finta di nulla.

Non sarebbe meglio bloccarne la vendita? O anche questa proliferazione di mostri meccanici "ce la chiede l'Europa?", serve "alla ripresa", a "far ripartire l'Italia", slogan ormai buoni per tutte le stagioni e disconnessi da una reale analisi costi/benefici?

E, infine, non è normale che tutto ciò venga considerato normale.

A meno di avere la sicurezza di un ombrello molto ben blindato.





venerdì 14 ottobre 2016

SECONDA LETTERA AD UN AUTOMOBILISTA

Ciao, amico automobilista,

è un pò di tempo che non ci sentiamo, ultimamente sono stato un pò indaffarato a pedalare, ma sei sempre stato nei miei pensieri, il più delle volte mio malgrado.

E' la seconda lettera che ti scrivo, e la cosa non ti deve stupire.

Sono successe un bel pò di cose dalla prima lettera, alcune delle quali non del tutto rassicuranti.

Infatti, è apparentemente accaduto che in molti abbiano raccolto e mettano frequentemente in pratica le linee-guida contro i ciclisti impartite a mezzo stampa da una schiera di simpaticissimi maître-à-penser.

Oppure l'ineludibile interrogativo del direttore della rivista inglese Top Gear ("E perché noi automobilisti che abbiamo pagato le strade con le tasse non riceviamo nemmeno un cenno di gratitudine, quando decidiamo di non falciarvi? Temo che tutti i ciclisti siano persone orribili"), puntualmente sottoscritto dal suo collega de noantri, il Direttore dell'edizione italiana, nell'editoriale di apertura del numero uno della rivista?
E che dire del Direttore di GQ Italia, sentitosi  in dovere di turbare l'ordine cosmico per dire la sua'?
(E' forse appena il caso di accennare al fatto che i primi due galantuomini sono stati cacciati a pedate nel sedere dalle rispettive testate, mentre il settore delle bici sta decollando ovunque?)

Il pregno messaggio di cotale parterre-de-rois è stato capitalizzato da parecchie altre zucche desolatamente ansiose di essere riempite, che hanno inanellato brillanti iniziative tipo pagine su FacciaLibro elegantemente infiorettate da metafore tipo "Io odio i ciclisti di merda".

Quindi capirai che, date tali premesse, le attuali circostanze ed il conseguente stato d'animo, non mi sento di sfoggiare lo stesso tono amichevole della lettera precedente.

Il mio tono è cambiato perchè adesso sarei anche un pò stufo di rischiare la mia vita a causa della superficialità altrui, mentre esercito un mio sacrosanto diritto. La mia è solamente una reazione di chi vede un proprio diritto calpestato e negletto, e al contempo si sente minacciato nella propria stessa vita.

Vedi, la mia iniziale predisposizione d'animo nei confronti di te che guidi non era così negativa, ma solo perchè non conoscevo ancora la tua indifferenza pressoché totale.
Non conoscevo ancora la superficialità – sempre letale - con cui gli automezzi vengono condotti.
Non conoscevo, in sintesi, i nefasti effetti della “motorizzazione di massa”, come la chiamavano negli anni ’70. L’uso massivo, indiscriminato e diffuso dell’auto in ogni circostanza, clima e condizione meteo ti porta a guidare veicoli anche se non ne saresti pienamente in grado:

  • per propensione caratteriale (magari sei ansioso, irascibile, o facile a distrarti),
  • a causa di problematiche personali (magari può capitare di essere preoccupato, di malumore, soprapensiero)
  • o solo per un momentaneo infelice frangente (magari hai dormito poco la notte, hai avuto un risveglio difficile, oppure hai i ca§§i tuoi e basta).
In questi casi, e tantissimi altri, chi assicura che tu in caso di necessità sia capace di controllare un mezzo che travalica le tue umane capacità (in quanto essere umano tu sarai SEMPRE l’elemento debole del sistema uomo-macchina)? Oppure che tu sia sufficientemente equilibrato e non lo usi come un'arma?

La fondamentale differenza di questa mia missiva rispetto al passato sta nel fatto che in tutto questo tempo, dal mio sellino oppure dalla cronaca quotidiana (sapientemente distillata e frammentata in modo che nessuno si accorga dell'esistenza di questo fenomeno strisciante quanto micidiale), ho notato la tua rassegnazione, che - quando va storto qualcosa e tiri sotto qualcuno, ma solo quando non lo fai apposta - automaticamente ti porta ad affermare che “è capitato”, “è stata una tragica fatalità”, “non ho potuto evitarlo”, se non addirittura "NON MI SONO ACCORTO DI NULLA", la frase più raccapricciante di tutte.
Ancora più raccapricciante, se consideriamo quello che poi magari emerge: un individuo a cui non sarebbe possibile affidare un monopattino, che però se ne va in giro conducendo un autoblindo da due tonnellate e mezza "con problemi di percezione della realtà".
"Non ti sei accorto di nulla". Pronunciata magari con stupore, sgranando gli occhi, magari con sufficienza e facendo quindi valere l'idea che, se non ti sei accorto di nulla, allora naturalmente la cosa non esiste, non ti riguarda, non è causa tua, non c'entri niente, quindi che nessuno si permetta di romperti le scatole.
Tu vivi su un altro pianeta, in un'altra galassia, un'altra dimensione.
Tu vivi in un'altra REALTA', tutta tua, racchiusa in un abitacolo.
E tutte le futili circonlocuzioni che usi per darti delle scuse non basteranno mai, ma proprio mai, ad eliminare la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
L'autentica dimostrazione di quanto tu ti stia crogiolando sempre più nel torto la forniscono gli episodi di intolleranza velenosa ai danni di qualsiasi manifestazione che occupi le tue sacrosante strade (che, e lo dico una volta di più, non sono solo delle auto ma di tutti, e ti auguro che nessuno te lo faccia alfine capire piantandoti un cacciavite in fronte, o a calci in faccia): recentemente te la sei presa addirittura con dei bambini.
A proposito di giusto e sbagliato, ci sarebbe poi da parlare del concetto di oggettiva pericolosità.
Un esempio: chi al mondo sarebbe capace di negare che una pistola carica sia un oggetto pericoloso?
E chi potrebbe negare che una pistola carica sarebbe pericolosa anche se fosse maneggiata da Papa Francesco I, moderna icona di bontà?
La risposta è ovviamente nessuno, perché l’Uomo è un essere così ingegnoso da avere creato aggeggi che possiedono una elevata pericolosità intrinseca, anche capace di nuocere indipendentemente dalle intenzioni umane.
La definizione si attaglia alle armi, ma anche a qualsiasi diavoleria capace di nuocere per effetto stesso del proprio funzionamento, anche a distanza o differito nel tempo (c'è chi ancora, qua e là nel mondo, muore per le mine antiuomo sotterrate decenni fa, e magari chi le ha sotterrate è pure lui sottoterra da un pezzo).

Quindi è una definizione perfettamente calzante anche per gli autoveicoli.
A Nizza purtroppo ne sanno qualcosa.

In casi particolari (le armi, quindi anche gli autoveicoli) questa pericolosità intrinseca si modera (ma solo di poco) solo ricorrendo a un severo addestramento e procedure di impiego molto stringenti.

Ora, con buona pace delle anime belle che nei blog si autoassolvono ricorrendo all’idiozia che “non uccide l’auto ma il cervello da cui essa è guidata”, nel 2016 (non quindi nel 1915) è un fatto accertato che un’autoveicolo sia in grado di ammazzare anche alla modesta velocità di 50 all’ora, per decenni considerato a torto un valore di tutta sicurezza dai pianificatori urbani.

Emerge pertanto da sè come un fatto innegabile (a meno di ricorrere a futili contorcimenti logici) che il maggiore onere di prudenza nella conduzione del mezzo ricada sulle spalle degli automobilisti, che conducono un veicolo dall’altissima pericolosità intrinseca, che può far male o uccidere anche senza volerlo.

Chi va in bici, oltreché rischiare in proprio esercitando il proprio diritto, al massimo può causare un’ammaccatura o un graffio su una carrozzeria. Chi va in auto invece sta ponendo concrete le premesse per una tragedia anche alla minima distrazione, figurarsi in caso di indisciplina.

Questo per dirti che la mia compassione verso di te che guidi si è affievolita parecchio, riservando però il mio odio viscerale solo a chi se lo merita davvero, e finora sono stati davvero pochi (l'ultimo due giorni fa, un tuo esimio collega che mi ha stretto in una curva a gomito a velocità scellerata, e per poco non mi schiaccia a destra nel tentativo di evitare un frontale col bus che sopraggiungeva da dietro la curva, tutto per non attendere i cinque-dico-cinque secondi necessari a oltrepassare la curva).

Se percaso a questo punto stai schiumando di rabbia invocando il rispetto delle regole, desidero far presente che non servono a nulla tutte le predisposizioni del codice della strada, se non vengono rispettate da parte degli automobilisti (che, te lo ricordo una volta di più, hanno sulle proprie spalle la maggiore responsabilità di condurre un mezzo potenzialmente letale, quindi un'autentica arma).
Infatti la maggior parte dei ciclisti morti sono stati ammazzati MENTRE RISPETTAVANO IL CODICE.
Quindi ogni obiezione è respinta.

Qui però nessuno sta dicendo che lo fai sempre apposta.

E' che ormai sei strizzato, imbrigliato, imbottigliato, costretto in uno stile di vita che ti richiede di rinunciare a una parte consistente della tua umanità, fatta di curiosità, attenzione, osservazione, contatto, condivisione, tutte cose che condurre un autoveicolo nel traffico ti nega per definizione.

Ti hanno convinto che sei tu a condurre l'auto, in praterie sconfinate e strade illimitate. Invece a guidarlo sono le leggi della fisica. Tu in teoria saresti solo chiamato ad esercitare prudenza nel fare in modo che gli effetti delle leggi fisiche non causino danni, se non tragedie.

Per dirla con il simpaticissimo Facci, nella vita di tutti i giorni risulta semplicemente impossibile individuare un fantomatico "fanatico ciclista" da uno che non lo sia: se investiti da un autoveicolo muoiono tutti nella stessa identica maniera.



POST SCRIPTUM:

Giusto per curiosità, ho avuto a che fare con te anche mentre io stesso guidavo la mia auto, quella volta ogni due-tre settimane che la uso: eri quello che strepitava da dietro e mi triturava i coglioni se rispettavo il limite di velocità e le più elementari norme di prudenza e cautela, impedendoti di sfrecciare in maniera dissennata.
Ti trovo pericoloso anche quando io stesso sono in auto. Non vedo l'ora che tu venga debellato a forza di rincari del carburante e abbondanza di mezzi pubblici.


sabato 28 maggio 2016

STAIRWAY TO HELL/HIGHWAY TO HEAVEN (il mio Muro di Sormano)






















Non guardare in alto.

Non guardare in alto.

Guarda il manubrio.

Non guardare in alto.

Non guardare in alto.

Non DEVI guardare in alto.

Ecco, l'ho fatto. Maremma che roba. Gira quei pedali, GIRALI, CRIBBIO...

Sto spingendo sui pedali in un pomeriggio di fine maggio. Un bel pomeriggio, uno di quelli che invoglia a disegnare un percorso, acquisire il beneplacito della mugliera, prendere un giorno da lavoro, e andare. Sto spingendo sui pedali per cercare di avanzare lungo una pendenza spaventosa, mentre percepisco la forza di gravità in ogni fibra del corpo.

Sono partito da Erba, un'oretta abbondante fa, con l'intento di salire al Piano del Tivano da Sormano, poi scendere dal lato opposto, raggiungere Bellagio quindi fare il Superghisallo, e infine tornare a Erba.

Mi fermo, metto il piede a terra, ho il respiro di un chihuahua, devo bere.

La giornata è cominciata bene, la salita fino quasi a Canzo è andata praticamente senza storia. Temperatura ideale per pedalare, forse un accenno di afa. Sto bene e mi sono nutrito adeguatamente. Per non appesantirmi ho portato con me lo stretto necessario per un'uscita di quattro ore, qualche barretta, integratori, una sola borraccia, un kit di riparazione ridotto all'osso.
Cinquecento metri prima di Canzo accade ciò che altri, più assennati di me, avebbero interpretato come un preciso avvertimento che la giornata andava ripensata.
Dopo un primo dente sulla Valassina, lasciata Erba la strada spiana, e son lì che vado sciolto quando avverto uno stranissimo suono di compressore guasto, un sibilo di teiera in ebollizione. Attribuisco la cosa al veicolo che mi sta superando in quel preciso momento, e non ci bado troppo. Se non fosse che, andato via il veicolo, il sibilo rimane ancora per tre-cinque secondi, per poi sparire. Viene sostituito da una inequivocabile sensazione di mollezza al posteriore.
Ho forato. Un'evenienza comune per un ciclista. Ho dietro il necessario.

Ok adesso bevi, calma il respiro, le gambe vanno ma è il respiro che rimonta troppo in fretta. Riesco a ripartire sfoderando doti da equilibrista, la pedalata si fa subito durissima, per adesso rimango seduto ma so che per sopravvivere dovrei alzarmi sui pedali.

Ho con me una bomboletta di schiuma di lattice e la minipompa. Accosto, cerco di individuare il forellino e di rimuoverne la causa. Sembrerebbe una grossa scheggia di vetro. Sparo la schiuma nella ruota ma vedo subito che c'è qualcosa che non sta funzionando, non va proprio: la schiuma fuoriesce dal forellino, dallo stelo della valvola, e in alcuni punti pure dal tallone della copertura. Un casino. Cerco di seguire le istruzioni, girando la ruota per distribuire il lattice, dopo un pò cerco di rigonfiarla ma è peggio di prima: il forellino non pare tale, è proprio un foro, e soprattutto non è dove credevo io. Il lattice fuoriesce a mò di geyser, la pressione non tiene.

Mi tengo leggero sul manubrio, mi sporgo tutto in avanti senza irrigidire le braccia, sarebbero energie sprecate. Per fortuna che il fondo asfaltato è perfetto, pulito, senza una grinza. Sul bordo sinistro scorrono le cifre delle altimetrie, metro per metro, senza sosta, la mia fortuna è che non so a che quota termina questo supplizio, quindi non posso fare un conto alla rovescia.

Il cervello è vuoto. Tutto il mio essere si trova in corrispondenza delle gambe.

Dopo più di mezz'ora forse il lattice comincia a fare il proprio dovere, e riesco a mantenere gonfia la ruota di quel poco che serve per raggiungere un distributore e gonfiarla per bene. Mi avvio, senza neppure sapere bene cosa fare.

Procedo per strappi di due-trecento metri alla volta. Mi fermo, prendo aria, a volta bevo ma non troppo.

Sono da solo. In lontananza si sentono rumori di tagliaboschi. Riparto dopo la seconda sosta e mi metto in piedi, va meglio. Cerco di contenere il respiro, di regolarizzare il mantice impazzito che mi ritrovo nel torace.

Dopo una prima rampa, di circa 500 mt, quasi in corrispondenza del limitare del bosco, mi pare che spiani un pò. Riesco ad imprimere un ritmo di una virgola più agile, ma la velocità è sempre ridicola.

Le scritte sull'asfalto, le celebri citazioni dei grandi del passato, sono sbiadite ma ancora leggibili in alcune parti, e parlano di sofferenza, parlano di sfida dell'uomo contro sé stesso ancor prima che contro la salita.

Procedendo la ruota tiene, accosto a terminare il gonfiaggio e proseguo oltre Canzo. Imbocco la svolta per Sormano, la salita è sensibile ma alla mia portata. Non avendo sott'occhio una mappa, e non avendo memorizzato esattamente i dettagli del tragitto, sbaglio la svolta e tiro dritto verso Caglio. Me ne accorgo che sono quasi arrivato a Sormano. Riprendo la Valassina, incontro i cartelli marroni del Muro di Sormano.

Il Muro di Sormano. Era solamente un'idea, pallida, una di quelle che butti lì giusto per gradire il pensiero. Adesso però l'idea ce l'hai davanti, e un cartello marrone ti chiede di prendere una decisione entro le prossime cinque pedalate. Alla terza, svolto a sinistra senza pensarci poi molto.

Il panorama si apre, dovrei essere tra il terzo e il quarto tornante ma ho perso il conto, le cifre sulla sinistra sono oltre il mille. Mi fermo ancora, cerco di capire quali montagne mi si presentino davanti.

Mi rimetto in piedi per un pò, devo mantenere il ritmo. Si, sono quasi all'ultimo tornante. Pedala perdìo!

L'imbocco del MdS è segnalato da un cancello in legno, oltrepassato il quale c'è un'area picnic con barbecue e fontana. Ne approfitto per un veloce spuntino e per rabboccare la borraccia.
Mentre son lì che mangio passa un camioncino della manutenzione dei boschi, in salita.
Lo sforzo titanico del guidatore per mantenere il moto del mezzo mi dà la proporzione di quel che mi attende, e a tutta prima non è una bella sensazione.

Scaccio via ogni pensiero - ogni pensiero, inclusi i presagi di sventura sulla tenuta del lattice nella ruota - e parto.

L'urto è notevole. La pendenza che mi ritrovo davanti è qualcosa di mai visto. Non devo pensare, solo pedalare.

E' l'ultimo tornante. Questa frase sull'asfalto è di Ercole Baldini. Riesco a leggerla frase per frase. La parola "impossibile" mi ha sempre generato strane reazioni. La pendenza si impenna in un ultima rampa micidiale, e strappo sui pedali accelerando in modo inspiegabile a me stesso. Ecco il cancello di legno, è finita la salita. Sto tremando per lo sforzo.

Oltrepasso il cancello e salgo fino alla Colma di Sormano, dietro al ristorante-rifugio c'è un parcheggio e mi fermo a verificare lo stato della gomma.

Come mi riprendo un pò decido che magari è il momento di fare almeno uno straccio di fotografia, e mi avvicino al cartello di località della Colma. Ci sono due signore in bici che stanno compiendo la stessa operazione. A un certo punto sento alle mie spalle una delle due signore: "Cassinis!!!".

Signori, la carrambata è servita ANCHE sulla Colma di Sormano.
Una volta di più il proverbio "Il Cassinis è OVUNQUE" trova la sua plastica dimostrazione.
Ci presentiamo, scambiamo due chiacchere sui rispettivi giri, concludiamo con l'immancabile foto ricordo.



















































Ci salutiamo, loro proseguono in direzione opposta alla mia. Sono le due e mezza e ce la posso ancora fare. Prendo velocità scendendo vero il Piano del Tivano, le curve sono gradevoli e il fondo tutto sommato accettabile.

Come prendo una minuscola asperità nel manto stradale, però, si fa risentire il sibilo della teiera. Stavolta però la ruota perde pressione molto rapidamente, e quasi rischio di stallonare mentre rallento fino a fermarmi.

E stavolta è anche l'ultima per questo giro. Non ho altro con me per rimediare all'inghippo, la leggerezza si paga. Non mi resta che attendere che passi qualcuno.

L'attesa dura non più di tre minuti, una coppia anziana sta salendo in auto dal lato di Bellagio e si offre di riportarmi su alla Colma. Qualcuno al ristorante - mi suggeriscono - magari può dare un passaggio verso Erba.

Nella sfortuna sono fortunato: dopo neanche cinque minuti due escursionisti stanno partendo dal parcheggio: sono di Corsico, e per tornare a casa debbono passare da Erba dove ho l'auto. Sistemiamo bici e ruote, e scendiamo dal monte.

Il giro è terminato un pò così. Ma l'appuntamento col Ghisallo è solamente rimandato.

Col Muro di Sormano, invece, non saprei proprio......